I “comizi musicali” di Paolo Pieretto sono un oggetto volante non identificato che spicca e brilla come una rarità eccezionale nell’arco extraparlamentare della musica italiana. Se da una parte c’è una scelta radicale, alternativa e indipendente, che sputa in faccia al conformismo artistico (e non), che ha le sue massime celebrazioni nella kermesse autoreferenziale di Sanremo, dall’altra La gente vuole pezzi semplici gode di una sorprendente freschezza che racchiude tutte le passioni sonore di Paolo Pieretto. È così che La gente vuole pezzi semplici si trasforma, canzone dopo canzone, in una sorta di rivisitazione allegra e movimentata di quel teatro dell’assurdo che è diventata la nostra realtà. I luoghi comuni vengono condensati e travolti dal rock’n’roll in Schwa, e ancora di più in Braies o in Faccio solo il mio lavoro con un gusto ironico che ricorda come non ci sia niente di più intelligente e coraggioso di un sorriso al momento giusto. La ricchezza musicale, senza particolari orpelli, e priva di trucchi, è un valore aggiunto in più e la sensibilità di Paolo Pieretto si estende dalle notizie pubbliche e spettacolari a riflessioni più personali, così come si sviluppano nel finale tra Bambini & co. e il toccante monologo di Magari domani, un’invettiva la cui urgenza non è rimandabile: in un mondo che ormai è arrivato all’accanimento terapeutico, anche un mazzo di fiori apre una porta sul futuro.

Nessun commento:
Posta un commento