lunedì 6 gennaio 2020

Edward Abbiati

Molto tempo fa Steve Wynn scriveva che è sempre nelle occasioni più difficili, cupi o pericolose che alla fine saltano fuori quei momenti memorabili per cui ci ricordiamo che il rock’n’roll è uno stile, un’attitudine, un modo di stare al mondo. Prima di tutto. Questo è anche il senso ultimo di Beat The Night, dove Edward Abbiati confessa di essersi trovato di fronte a notti infinite, dove non era facile trovare una risposta, e così ha guardato con coraggio nell’abisso e lì dentro ha trovato dieci ballate che toccano, con il cuore in mano, corde delicate e commoventi, valga su tutte la dedica paterna di Three Times Lucky. L’equilibrio emotivo, già un piccolo miracolo in sé, si riflette in modo spontaneo e naturale in un sound asciutto, la cui collocazione sta da qualche parte tra Steve Earle e i Replacements, punti di riferimento ideali di una gamma di arrangiamenti variopinta (basterebbe il dialogo tra le chitarre di Mike Brenner e Maurizio Glielmo in Look At Me) che rende Beat The Night il disco più personale di Edward Abbiati. L’evoluzione del suo songwriting, andata sviluppandosi attraverso le scorribande con i Lowlands e l’urticante esperienza con gli ACC, si snoda da un piccolo capolavoro come I Got Hurt alla trascinante Sleepwalking, una sorta di apologia dedicata a tutti coloro che sognano a occhi aperti tutti i giorni, tutto il giorno, e poi rimangono svegli la notte a contare le ore. Va solo aggiunto che Beat The Night è inciso (benissimo) homemade, è autoprodotto, indipendente e libero dalle banalità dell’industria discografica, perché certe emozioni vanno trattate con riguardo, scrupolo e attenzione, che ormai sono una rarità. (Marco Denti)