mercoledì 11 gennaio 2023

The Jolly Shoes Sisters

Nelle Jolly Shoes Sisters s’incontrano due generazioni di musiciste cresciute sulla strada e swingando musica destinata a restare per sempre. Un terzo di canzoni originali, un terzo che arrivano dalla prima metà del ventesimo secolo americano, un terzo di contagiosa allegria: il cocktail delle Jolly Shoes Sisters viene servito con gli stessi ingredienti, ma con sapori differenti che dipendono dai luoghi e dai tempi con cui è servito. Il pianoforte e la fisarmonica di Laura Fedele forniscono la spina dorsale mentre l’ukulele e la washboard di Veronica Sbergia movimentano un viaggio nel tempo e nella geografia. Dal jazz al boogie, senza un attimo di tregua, le Jolly Shoes Sisters ci portano a Chicago dove Louis Armstrong incise la classicissima St. James Infirmary che loro rifanno in una versione elegiaca (con la tromba di Marco Brioschi in evidenza) e poi alle Hawaii con il frizzante scioglilingua di Makin’ Wickey-Wackey Down In Waikiki e infine a Cuba dove tutto è cominciato. Le voci di Laura Fedele e Veronica Sbergia si associano con una spontaneità naturale e trovano i felici contrappunti di Lucio Fabbri al violino in Love My Shoes o del clarinetto e del sassofono di Mauro Porro. L’atmosfera è densa, colorita ed effervescente, ma anche ricca di una sua profondità, compreso l’omaggio al “rispetto” di Aretha Franklin (con Enrico Rava al flicorno) che si associa in modo inequivocabile ai segnali femminili dei sandali rossi lasciati sulla riva del guado che ha portato le Jolly Shoes Sister a Shake Your Shimmy che è un album di gran classe, ricercato, raffinato e divertente, tutto insieme, con una generosità più unica che rara.

giovedì 28 luglio 2022

Andrea Giannoni

Il blues scritto sulla pelle, echi che vengono dal profondo nella notte, e si trasformano in canzoni dense e vitali, sporche e genuine, proprio come è la vita, e come è la natura di Andrea Giannoni. La pressione di At Home Again resta inalterata per tutto il corso dei dieci brani, sia quando attorno alla voce e alle armoniche di Andrea Giannoni si mobilitano piano e organo, tromba e chitarre, sia quando il sound si fa via via più rarefatto. I suoni sono sempre densi e avvolgenti, come intensi e potenti sono i blues di Andrea Giannoni, compresi quelli scritti in simbiosi con Monica Faridone, una componente fondamentale di At Home Again. Non sono di meno gli strumentali (Take It Easy o Born In A Wrong Place) che sono altrettanti sanguigni, anche senza il tormento delle parole, che poi costituiscono l’elemento trascinante e stridente che si manifesta in tutta la sua forza in Little Boy of Mine, una sorta di gospel spiritato, per sola voce e armonica, nella scarna This Girl Like The Blues e più di tutto in Black Angel presente sia nello snodo iniziale e che nella versione conclusiva, quasi a chiudere un cerchio e a completare un rito, un esorcismo per tutti i “fantasmi” che inseguono Andrea Giannoni e, per estensione, ogni bluesman che si rispetti. L’unica concessione al personalissimo flusso di coscienza è I’m So Lonesome I Could Cry, omaggio a un altro grande spettro, quello di Hank Williams che infatti è cantata da Bobby Soul, un’eccezione che, in sé, conferma l’essenza spiritata di di At Home Again.

mercoledì 20 aprile 2022

Roberto Formignani

Una vita intinta nel blues, ma al momento di scegliere la via solista con l’omonimo album, Roberto Formignani lascia spazio a uno spettro molto più ampio, pur senza rinnegare di una virgola delle radici e delle esperienze sulle vie del blues, qui ribadite tra l’altro anche da Rumblin’ On My Mind. La scelta è evidente già dal potente impatto di Muddy Waters che incanala l’energia di Alessandro Lapia al basso e Roberto Morsiani alla batteria con un sound elettrico e chitarristico, dove i riff di Roberto Formignani non lasciano tregua. Qui si gioca in casa ed è un modello che si ritrova anche in Play For The Revolution, in simbiosi con ballate più gentili, come Now We Are Them e così Free Man, conclusa da una breve ed elegante coda di pianoforte, o nei frequenti intervalli strumentali di Painting The Note, della suggestiva e morriconiana The Cowboy’s Dream, del tour de force di Black Rabbit, di White Rose e del suggestivo finale di Blue Sunrise. Meritano un cenno particolare Hippy e Dirty And Rude, dove in modi diversi e contrastanti (la prima è una divagazione folkie, la seconda un corposo blues che non lascia scampo), Roberto Formignani oltre a dispensare tocchi chitarristici di gran classe, riepiloga una parte consistente dei suoi trascorsi musicali e giovanili concedendosi a una scrittura autobiografica che rende l’album il suo sforzo più ricco e personale e, in definitiva, generoso. Unica e ultima avvertenza: usare con il volume molto alto, i vicini capiranno. 

martedì 19 aprile 2022

Enrico Cipollini & The Skyhorses

Crossing è un disco avvolgente dove il naturale talento chitarristico (e non solo) di Enrico Cipollini viene riversato in una dozzina di canzoni che si collocano idealmente nel bel mezzo delle migliori stagioni del cantautorato americano, forse la più evidente delle influenze che segnano Down The Line, Somehow I Know, All I Really Know o The Only Name. Il sound è corposo e brillante, per quanto condotto dal ridotto combo degli Skyhorses, ovvero Iarin Munari alla batteria, Roberto Catani al basso e Fabio Cremonini al violino, e si fa notare dall’inizio di Slipping Away fino a Out of Here, ma è la personalità di Enrico Cipollini che emerge nell’arco dei quaranta minuti di Crossing. Si destreggia tra chitarre, dobro, basso, piano e se Inisheer o History Repeating possono ricordare il primo Ben Harper,  in What’s Left To Do o Not Worth It, o ancora nella squillante Migrant Bird, spicca la maturità di un songwriter che, oltre a scrivere le canzoni, è capace di leggerle e di garantirgli le giuste cornici. Tutto Crossing, compresa l’elegante confezione, riflette un’ispirazione e una disposizione che Enrico Cipollini chiarisce senza esitazioni nella nota introduttiva: sarà anche vero che pensare al formato dell’album in sé, di questi tempi può suonare invariabilmente “out of time”, ma è anche bello e importante sapere che esiste ancora qualcuno capace di inseguire un’idea e di lasciarsi trasportare senza preoccuparsi della destinazione. Consigliatissimo.