L’identità di Restless è dichiarata con quello che i Mandolin’ Brothers dicono in Nothing Special: “Niente di speciale, niente di nuovo, solo rock’n’roll” e intanto la chitarra richiama con nonchalance uno dei mille riff degli Stones. È sempre cosa buona e giusta: i Mandolin’ Brothers non nascondono le loro radici, non l’hanno mai fatto in cinquant’anni di storia, che è già un successo arrivarci, figurarsi adesso che non devono dimostrare niente a nessuno. È così che Restless, otto canzoni, poco meno di quaranta minuti, scorre con una pregevole spontaneità e un sound che rispecchia la naturalezza dei Mandolin’ Brothers dal vivo, dall’inizio alla fine, con quelle intersezioni delle chitarre di Paolo Canevari e Marco Rovino e dell’organo e del piano di Riccardo Maccabruni (protagonista anche con la voce in Last Call) che delimitano la partenza con This Weight e poi la coda conclusiva di Upon My Soul. Tra questi due estremi, i Mandolin’ Brothers si permettono di esplorare ancora: guidati dalle interpretazioni di Jimmy Ragazzon attraversano le atmosfere torbide e notturne di Restless così come un classico dell’empireo dylaniano come Blind Willie McTell, che spicca nel bel mezzo del bailamme. Le raffinate divagazioni strumentali e vocali risaltano grazie al solidissimo groove garantito da Joe Barreca al basso e Daniele Negro alla batteria che assecondano i ritmi con la stessa, puntuale sincronizzazione, sia che si tratti dei convulsi battiti per Searching for Gaza sia che debbano mantenere il passo e le sfumature di Near You. Da sentire a ripetizione, ad alto volume: sarà solo rock’n’roll, ma di una classe infinita.
venerdì 16 ottobre 2026
domenica 15 marzo 2026
Indibrasita
Nell’eclettica produzione discografica di Paolo Farina, cantautore capace di spaziare tra soluzioni ed esperienze diversissime tra loro, le convergenze realizzate con M’ strizz i m’ strazz meritano un supplemento di attenzione in più. La canzone riesce a coniugare l’attenzione alla cultura locale, in particolare l’uso del linguaggio pugliese, con una prospettiva cosmopolita che viene sintetizzata dal nome del progetto come un’inedita fusione tra suggestioni indiane, italiane e brasiliane. A rappresentarli, nell’ordine sono l’ipnotico sitar di Ashanka Sen, il ritmo coinvolgente delle congas di Kal Dos Santos nonché l’onnipresente basso di Giuseppe Fiori che insieme costruiscono la sinuosa architettura di M’ strizz i m’ strazz, una canzone che estende le innegabili radici mediterranee a orizzonti oceanici molto più ampi. L’ardita miscela è frutto anche e soprattutto dell’equilibrio tra strumenti antichi, primordiali ed essenziali e orchestrazioni più moderne che delineano le affascinanti atmosfere di M’ strizz i m’ strazz, adeguate per il flow dialettale di Paolo Farina e collocate alla perfezione nel contesto sonoro dal mix di Lele Battista nonché dal mastering di Paolo Iafelice. Si tratta di mani esperte che rendono l’esperimento Indibrasita una piccola oasi di curiosità, le cui potenzialità sono senza dubbio meritevoli di essere esplorate anche in prospettive più allargate.
martedì 3 febbraio 2026
Paolo Pieretto
I “comizi musicali” di Paolo Pieretto sono un oggetto volante non identificato che spicca e brilla come una rarità eccezionale nell’arco extraparlamentare della musica italiana. Se da una parte c’è una scelta radicale, alternativa e indipendente, che sputa in faccia al conformismo artistico (e non), che ha le sue massime celebrazioni nella kermesse autoreferenziale di Sanremo, dall’altra La gente vuole pezzi semplici gode di una sorprendente freschezza che racchiude tutte le passioni sonore di Paolo Pieretto. È così che La gente vuole pezzi semplici si trasforma, canzone dopo canzone, in una sorta di rivisitazione allegra e movimentata di quel teatro dell’assurdo che è diventata la nostra realtà. I luoghi comuni vengono condensati e travolti dal rock’n’roll in Schwa, e ancora di più in Braies o in Faccio solo il mio lavoro con un gusto ironico che ricorda come non ci sia niente di più intelligente e coraggioso di un sorriso al momento giusto. La ricchezza musicale, senza particolari orpelli, e priva di trucchi, è un valore aggiunto in più e la sensibilità di Paolo Pieretto si estende dalle notizie pubbliche e spettacolari a riflessioni più personali, così come si sviluppano nel finale tra Bambini & co. e il toccante monologo di Magari domani, un’invettiva la cui urgenza non è rimandabile: in un mondo che ormai è arrivato all’accanimento terapeutico, anche un mazzo di fiori apre una porta sul futuro.
venerdì 5 settembre 2025
Big Man James
È ormai raro trovare un album ispirato e suonato come Ash ovvero All Souls Heal dove alla solidità delle radici blues e rhythm & blues si fonde uno spirito elettrico e rumoroso molto, molto rock’n’roll. Big Man James al secolo Giacomo Cassoni ci arriva con una lunga ed eclettica esperienza, dalle strade nostrane ai palchi internazionali, che gli consente di gestire con la stessa misura l’assiduo groove che distingue tutte le canzoni di All Souls Heal così come gli arrangiamenti vocali e lo strepitio delle chitarre su prima o poi spuntano sempre con il volume giusto (e così ci vuole: decisamente alto). Le fondamenta naturali sono queste, poi c’è un diffuso background soulful che si distingue in Tell Me o Keep Them To Yourself, ci sono le folate di organo che forniscono gli adeguati contrappunti alle chitarre (onnipresenti) e basta sentirle in I’ve Go To Do It o subito all’inizio con Deal With The Devil o Ask For Mercy e poi ci sono gli amplificatori che bruciano in Ice Cream. I riferimenti stanno tra i Black Crowes nudi e crudi e i Gov’t Mule più accessibili, ma è solo per avere un’idea, perché le canzoni e le voci di Big James Man hanno un’identità proprie anche quando ricalcano i passaggi standard di White & Blues Flag e Down On Me o il jungle beat di Bo Diddley nel tambureggiante finale di Be Yourself che sfoggia pure uno sfavillante pianoforte. All Souls Heal è un album generoso, coinvolgente e immediato fin dalla copertina essenziale che nei suoi tratti in bianco e nero riprende alla perfezione lo spirito di Big Man James, e fatte le dovute somme è uno dei dischi migliori sentiti nel 2025.
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