Crossing è un disco avvolgente dove il naturale talento chitarristico (e non solo) di Enrico Cipollini viene riversato in una dozzina di canzoni che si collocano idealmente nel bel mezzo delle migliori stagioni del cantautorato americano, forse la più evidente delle influenze che segnano Down The Line, Somehow I Know, All I Really Know o The Only Name. Il sound è corposo e brillante, per quanto condotto dal ridotto combo degli Skyhorses, ovvero Iarin Munari alla batteria, Roberto Catani al basso e Fabio Cremonini al violino, e si fa notare dall’inizio di Slipping Away fino a Out of Here, ma è la personalità di Enrico Cipollini che emerge nell’arco dei quaranta minuti di Crossing. Si destreggia tra chitarre, dobro, basso, piano e se Inisheer o History Repeating possono ricordare il primo Ben Harper, in What’s Left To Do o Not Worth It, o ancora nella squillante Migrant Bird, spicca la maturità di un songwriter che, oltre a scrivere le canzoni, è capace di leggerle e di garantirgli le giuste cornici. Tutto Crossing, compresa l’elegante confezione, riflette un’ispirazione e una disposizione che Enrico Cipollini chiarisce senza esitazioni nella nota introduttiva: sarà anche vero che pensare al formato dell’album in sé, di questi tempi può suonare invariabilmente “out of time”, ma è anche bello e importante sapere che esiste ancora qualcuno capace di inseguire un’idea e di lasciarsi trasportare senza preoccuparsi della destinazione. Consigliatissimo.
martedì 19 aprile 2022
mercoledì 13 aprile 2022
SirJoe Polito
L’omaggio di SirJoe Polito al suo “amico” Ry Cooder si trasforma in un disco brillante, suonato con energia e gusto, ma anche con una spavalda spensieratezza che non concede spazio a timori reverenziali. Le dodici canzoni scelte sono tutte riportate con una raffinata architettura di armonie vocali, dove spesso SirJoe Polito è coadiuvato da uno o più cantanti, e dagli arrangiamenti delle chitarre, sempre presenti in tutte le versioni (elettriche, acustiche, e slide, naturalmente), degli inserti delle tastiere, dell’armonica e del sassofono. Nello specifico, sono davvero intense le interpretazioni di How Can a Poor Man Stand Such Times and Live?, nel duetto con Paul Millns, e di The Dark End of the Street con Ivano Berti, per un’originale rivisitazione tra reggae e gospel. In generale, il suono ricorda molto quello effervescente tra Chicken Skin Music e Bop Tll You Drop, anche se in realtà SirJoe Polito esplora un po’ tutta la carriera di Ry Cooder e dei suoi fondamentali, e vanno citati almeno Chuck Berry (13 Question Method), Arthur Alexander (Go Home Girl), Blind Blake (Ditty Wah Ditty) e la scoppiettante cavalcata di Little Sister, in origine firmata da Doc Pomus e Mort Shuman e riproposta per l’occasione con una verve trascinante che ricorda da vicino i primi Los Lobos. Da notare anche Across The Borderline e Tattler e in compagnia di Jeff Pevar e Inger Nova Jorgensen e la conclusione da intenditori con Goodnight Irene. Un disco di gran classe, che si può ascoltare all'infinito.
mercoledì 16 marzo 2022
Dr. Faust
Dopo aver espugnato il Pistoia Blues Festival nel 1997, l’inossidabile brigata di Dr. Faust & The Coffee House Brothers, due anni dopo si ritrova su un altro prestigioso palco, quello del Porretta Soul Festival, dove si adeguano al clima generale (già piuttosto torrido) aprendo il loro breve, ma intenso show con la classicissima Soul Man di Sam & Dave. Il biglietto da visita serve per introdurre due canzoni originali scritte da Fausto Scaravaggi alias Dr. Faust, ovvero Hey tu proprio tu e Bisogno di blues e la torrenziale versione di Sweet Home Chicago (più di un quarto d’ora) con Giancarlo Schinina, già leader della Level Blues Band all’armonica, alla cui memoria è dedicato questo disco dal vivo. Curioso il formato scelto, che rimanda al Qdisc, ovvero la versione italiana dell’EP, con due brani per ogni facciata: qui in realtà le quattro canzoni stanno tutte in un singolo CD e forse è anche meglio così perché rendono al meglio l’energia trasmessa per l’occasione da Dr. Faust & The Coffee House Brothers, in una formazione sontuosa con tanto di sezione fiati e background vocals femminili, ovvero le bravissime Sara Grimaldi e Veronica Sbergia. È giusto un assaggio e un ricordo sgargiante di un bel momento, però è anche un riassunto efficace di quello Dr. Faust & The Coffee House Brothers fanno da trent’anni a questa parte, ormai con grande esperienza, ma sempre con lo stesso, contagioso entusiasmo.
martedì 15 marzo 2022
Grand Drifter
Qui il progetto Grand Drifter prende forma in modo più compiuto rispetto l’essenza cantautorale di Lost Spring Songs e ancora una volta gli Yo Yo Mundi, sotto mentite spoglie, danno a Only Child un suono omogeneo e compatto che mette in risalto quel jingle-jangle chitarristico, in particolare in Haunted Life e As A Light Fareweel, che è una sua caratteristica ricorrente. Emergono così le dichiarate passioni britanniche, e non, di Andrea Calvo con sensazioni che riportano ai Felt, ai primi Smiths, a Jazz Butcher, agli amati Go-Betweens e persino ai R.E.M. di Fables of The Reconstruction. Proprio quelle atmosfere sognanti, introspettive e un po’ malinconiche affiorano nell’acustica The Big Without, adornata dagli archi di Chiara Giacobbe, il giusto intervallo nelle scorribande pop di A Deal With The Rain, Diary Of Sorts, Bookends o To The Evening Stars, dove l’approccio più vigoroso del solito sposa il baricentro di Grand Drifter verso qualcosa che ha ancora ampi margini evolutivi, pur confermando tutte le doti già rivelate da Andrea Calvo all’epoca di Lost Spring Songs: il gusto per l’immediatezza delle canzoni, l’accuratezza delle armonie vocali, gli arrangiamenti spontanei e nello stesso tempo raffinati coltivati con cura artigianale e molto altro, che va scoperto ascolto dopo ascolto nel corso di Only Child. Ha pure il pregio di durare giusto una mezz’ora, senza chiedere molto di più. Un disco per i giorni di pioggia, ma adatto a tutte le stagioni.
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