martedì 15 marzo 2022

Grand Drifter

Qui il progetto Grand Drifter prende forma in modo più compiuto rispetto l’essenza cantautorale di Lost Spring Songs e ancora una volta gli Yo Yo Mundi, sotto mentite spoglie, danno a Only Child un suono omogeneo e compatto che mette in risalto quel jingle-jangle chitarristico, in particolare in Haunted Life e As A Light Fareweel, che è una sua caratteristica ricorrente. Emergono così le dichiarate passioni britanniche, e non, di Andrea Calvo con sensazioni che riportano ai Felt, ai primi Smiths, a Jazz Butcher, agli amati Go-Betweens e persino ai R.E.M. di Fables of The Reconstruction. Proprio quelle atmosfere sognanti, introspettive e un po’ malinconiche affiorano nell’acustica The Big Without, adornata dagli archi di Chiara Giacobbe, il giusto intervallo nelle scorribande pop di A Deal With The Rain, Diary Of Sorts, Bookends o To The Evening Stars, dove l’approccio più vigoroso del solito sposa il baricentro di Grand Drifter verso qualcosa che ha ancora ampi margini evolutivi, pur confermando tutte le doti già rivelate da Andrea Calvo all’epoca di Lost Spring Songs: il gusto per l’immediatezza delle canzoni, l’accuratezza delle armonie vocali, gli arrangiamenti spontanei e nello stesso tempo raffinati coltivati con cura artigianale e molto altro, che va scoperto ascolto dopo ascolto nel corso di Only Child. Ha pure il pregio di durare giusto una mezz’ora, senza chiedere molto di più. Un disco per i giorni di pioggia, ma adatto a tutte le stagioni.

martedì 11 gennaio 2022

Paolo Ronchetti

Infaticabile animatore di dozzine di spettacoli, con repertori che vanno da Enzo Jannacci a Tom Waits, collezionista inguaribile dei dischi di John Zorn, hombre musical a tutto tondo, Paolo Ronchetti si sta avviando, finalmente, all’esordio discografico, più che meritato e, in un certo senso, persino dovuto. Adoro le canzoni di Natale è un primo assaggio di quello che sarà, ma è già decisamente rappresentativo dell’eclettico approccio di Paolo Ronchetti. Con Adoro le canzoni di Natale trova una prima canzone delicata e complicata che si articola sull’esperienza autobiografica, sia dal punto di vista reale della passione per le canzoni natalizie, sia per il riflesso di un musicista che ha provato la sottile distinzione tra gioia e dolore. Un canzone dall’impianto degregoriano, almeno a prima vista, con tutta una sua dolcezza e un suo equilibrio elettroacustico che meritano di essere approfonditi. Colpisce per la gentilezza e l’armonia, ma Paolo Ronchetti sa sorprendere e cambia subito registro, senza preavviso. Nelle sue canzoni natalizie ci mette la classicissima Santa Claus Is Back In Town rivista come un blues abrasivo, con un sound che è un ideale connessione tra Chicago e New Orleans e che sta agli antipodi di Adoro le canzoni di Natale. E ancora di più merita di essere scoperta la rilettura di un tradizionale anglosassone, Soul Cake, rielaborato e corretto in un’avvolgente chiave psichedelica. A quel punto le canzoni di Natale sono giusto un pretesto e vengono travolte dall’eclettica visione musicale di Paolo Ronchetti, che attendiamo alla verifica sulla lunga distanza, prevista, come pare, nel corso del 2022.

mercoledì 1 dicembre 2021

Michele Anelli

È curioso e a suo modo significativo il valore del percorso artistico che ha portato Michele Anelli a scoprirsi e riscoprirsi Sotto il cielo di Memphis, proprio come recita il titolo del suo ultimo album. Partito dalle ruvidità garage degli Stolen Cars, cresciuto nell’evoluzione dei Groovers e poi inoltratosi in una carriera solista, Michele Anelli ha dovuto sondare tutte le radici rock’n’roll per trovarne una sua personalissima versione coniugata con la declinazione delle parole in italiano. Ci sono voluti anni e, paradossalmente, è stato proprio quel viaggio americano (non solo a Memphis, ma anche con una bella passeggiata sul Jersey Shore) a consentirgli di trovare la sintesi tra le sue passioni primarie anglosassoni e la sensibilità lirica nostrana. Sotto il cielo di Memphis condensa tutto ciò attraverso la qualità delle canzoni che hanno trovato il loro sound nella collaborazione con Cesare Nolli, Paolo Legramandi, Andrea Lentullo, e Nik Taccori e la loro definizione in un tono personale e convinto che trova la sua essenza tematica tra Quello che ho e Sono chi sono. Ma Sotto il cielo di Memphis succede molto altro, tra il groove insistente ma discreto e quegli arrangiamenti che, tra chitarre e tastiere, riportano ogni break e ogni riff alle origini e ai trascorsi di tutte le rock’n’roll band di Michele Anelli. È un disco che riporta tutto a casa, pur seguendo un tragitto che a prima vista non è né lineare né formale, ma tutto sommato la sua bellezza va cercata proprio lì.

martedì 30 novembre 2021

Maurizio Gnola Glielmo

Beggars And Liars è uno di quei dischi che ti si incolla addosso al primo ascolto e non ti molla più: dopo una lunghissima carriera con il premiato marchio della Gnola Blues Band, Maurizio Glielmo cambia tutto, ma come succede nei migliori casi, senza sfiorare nulla. C’è un’interpretazione di Baby’s Gonna Kick di John Hiatt (particolarmente amato da Gnola) e una ballata che viene dallo stesso  vocabolario, Something Is Changing, ma l’influenza più appariscente è, un po’ a sorpresa, quella di J. J. Cale e non solo per il sound accattivante di Judgement Day, ma proprio per quell’attitudine artigianale a colorire e a rifinire le canzoni come se fossero piccoli e raffinati gioielli. Lo sono, sì, eccome, basta ascoltare I Got Hurt, con la partecipazione del (grande) songwriter che l’ha composta, Edward Abbiati, ed è così che il primo, vero disco solista di Maurizio Gnola Glielmo si trasforma nel lavoro di una rock’n’roll band, persino allargata ai compagni di scrittura e di baldoria (all’appello risponde anche Jimmy Ragazzon, per gentile concessione dei Mandolin’ Brothers). Ma l’impressione, peraltro già affiorata in Down The Line, è piuttosto quella di scostarsi un attimo dall’etichetta del blues, per aprirsi a tutte le possibilità, pur mantenendo salde le radici originali che Beggars And Liars lascia filtrare qui e là con coerenza e rispetto e se non vi emozionate con la versione di You Left The Water Running ripescata dal meraviglioso songbook di Dan Penn, avete un problema con il cuore che nessun cardiologo può risolvere.