Molto tempo fa Steve Wynn scriveva che è sempre nelle occasioni più difficili, cupi o pericolose che alla fine saltano fuori quei momenti memorabili per cui ci ricordiamo che il rock’n’roll è uno stile, un’attitudine, un modo di stare al mondo. Prima di tutto. Questo è anche il senso ultimo di Beat The Night, dove Edward Abbiati confessa di essersi trovato di fronte a notti infinite, dove non era facile trovare una risposta, e così ha guardato con coraggio nell’abisso e lì dentro ha trovato dieci ballate che toccano, con il cuore in mano, corde delicate e commoventi, valga su tutte la dedica paterna di Three Times Lucky. L’equilibrio emotivo, già un piccolo miracolo in sé, si riflette in modo spontaneo e naturale in un sound asciutto, la cui collocazione sta da qualche parte tra Steve Earle e i Replacements, punti di riferimento ideali di una gamma di arrangiamenti variopinta (basterebbe il dialogo tra le chitarre di Mike Brenner e Maurizio Glielmo in Look At Me) che rende Beat The Night il disco più personale di Edward Abbiati. L’evoluzione del suo songwriting, andata sviluppandosi attraverso le scorribande con i Lowlands e l’urticante esperienza con gli ACC, si snoda da un piccolo capolavoro come I Got Hurt alla trascinante Sleepwalking, una sorta di apologia dedicata a tutti coloro che sognano a occhi aperti tutti i giorni, tutto il giorno, e poi rimangono svegli la notte a contare le ore. Va solo aggiunto che Beat The Night è inciso (benissimo) homemade, è autoprodotto, indipendente e libero dalle banalità dell’industria discografica, perché certe emozioni vanno trattate con riguardo, scrupolo e attenzione, che ormai sono una rarità. (Marco Denti)
lunedì 6 gennaio 2020
mercoledì 11 dicembre 2019
Mandolin' Brothers
Dopo quarant’anni una rock’n’roll band potrebbe accontentarsi di ripetere il miracolo della sua sopravvivenza, come fanno i Rolling Stones, del resto, e invece i Mandolin’ Brothers, che hanno più o meno la stessa longevità, fuggono ogni tentativo di celebrazione e si rimettono in gioco. 6 è la prova tangibile di un passione che va ben oltre le incombenze quotidiane e si alimenta di un’aderenza a uno stile e a un’identità (che tutti questi anni non sono passati invano) così come si nutre di una costante curiosità. Per cui se i Mandolin’ Brothers suonano più compatti e coesi che mai, probabilmente grazie anche alla collaborazione coordinata e continuata con Jono Manson, ormai parte in causa della storia, d’altra parte sfoggiano divagazioni strumentali (le slide e l’organo che si inseguono in My Girl In Blue) che un tempo erano riservate agli spazi dei concerti, distribuiscono le armonie vocali con rinnovata saggezza e aggiungono altri dettagli alla loro visione del songwriting. Pur essendo un album ingolfato di chitarre, 6 trova il modo di collezionare canzoni degne di stare in un’ipotetica antologia dei Mandolin’ Brothers e sono da citare almeno Down Here, It’s Time, A Sip Of Life, la soffusa Lazy Day nonché il poderoso riff di Lost Love, che non ha nulla da invidiare ai Black Crowes. Nelle pieghe di 6 c’è molto altro da scoprire, ma più di tutto c’è la splendida anomalia dei Mandolin’ Brothers, una rock’n’roll band con un grande passato alle spalle, e un occhio sempre puntato sul futuro. (Marco Denti)
giovedì 24 ottobre 2019
Grand Drifter
Nella realtà di Lost Spring Songs c’è più Regno Unito che Stati Uniti, ci sono i Beatles (versante John Lennon) che si riconoscono dal gusto pop raffinato, a cui vanno aggiunti una punta di malinconia e un tratto psichedelico. A convogliare tutto quanto nei Grand Drifter è Andrea Calvo che nell’occasione raduna i Knot Toulouse del mai dimenticato Gianrico Bezzato e i vicini di casa Yo Yo Mundi (produce Paolo Archetti Maestri) più qualche amico e amica a seguirlo nelle sue melodie. A dispetto del titolo, l’elenco comprende una dozzina di ballate autunnali, che spaziano da Circus Days, una canzone incantevole che in un mondo più felice sarebbe l’hit mattutino di ogni radio, a temi più incalzanti come Junkyard o Flesh And Bones o The Way She Knows, dove Lost Spring Songs tradisce una certa familiarità anche con le invettive delle “garageland” e dintorni. Senza esagerare: gli arrangiamenti restano sempre molto misurati e variano da una selezione di chitarre acustiche ed elettriche, pochi accordi di pianoforte ben distribuiti, un sacco di armonie vocali, un’armonica morriconiana, bizzarre tastiere che un tempo si sentivano solo nei dischi degli XTC e altre polverine magiche sparse tra strofe e ritornelli, dove Grand Drifter alias Andrea Calvo sa creare un’atmosfera unica e in grado di reggere tutte le Lost Spring Songs. Ecco, le canzoni hanno una grazia che ormai è difficile trovare, in particolare in Italia, e il suono ha anche una sua grezza fragilità che senza dubbio è una componente della poetica dei Grand Drifter, e per fortuna, perché non se ne può più di dischi gonfiati a dismisura, come se dovessero occupare tempo e spazio, più che regalare emozioni. Lost Spring Songs, al contrario, s’insinua con la gentilezza di una pioggia dopo una lunga siccità, dura poco meno di quarantacinque minuti, come un antico vinile, con tutti i suoi “rumori umani” e, ascolto dopo ascolto, si rivela uno dei dischi italiani più belli degli ultimi anni. (Marco Denti)
sabato 1 giugno 2019
Emanuele De Francesco
In un momento in cui la musica italiana sembra essere collassata su se stessa, in un gorgo senza senso di parole e suoni a caso, Lettere al neon è un piccola luce, molto coraggiosa nel cercare sfumature intense e delicate. Emanuele De Francesco gioca con le ombre, con i silenzi, con le pause assecondato in questo dalla produzione (molto accorta) dei colleghi Evasio Muraro e Lele Battista, Un team esiguo ed essenziale (completato dall’efficace batterista Maurizio Gaggianesi e da Moreno Zaghi alle chitarre) che trasferisce al suono di Lettere al neon una personalità concentrata ma sufficiente per far risaltare le canzoni di Emanuele De Francesco. Il gusto è pop, nella sostanza, ma dentro quei contorni emergono molte sequenze raffinate che fanno di Lettere al neon un’oasi dove si respira l’aria migliore del grande cantautorato italiano, e non. Con un’attenzione specifica alle atmosfere evocate dalle osservazioni notturne (In silenzio e Nei percorsi della notte), un sorprendente loop in Irene nel vuoto, le suggestioni elettriche nella riflessione puntualissima di Televisione e la brillante escursione di Tutto ha un nome?, Emanuele De Francesco condensa in poco più di mezz’ora una notevole progressione rispetto all’esordio (peraltro pregevole) di In quieta mente, e si trova il suo spazio con grande decisione e intraprendenza, ma anche con una grazia nel cantare, quasi sottovoce, quasi chiedendo permesso, che ormai è sconosciuta, e che nei colori sgranati di Lettere al neon è il regalo migliore. (Marco Denti)
Iscriviti a:
Post (Atom)



