mercoledì 16 giugno 2021

Luca Milani

All’inizio di una nuova avventura, Luca Milani ha confezionato un singolo che è nello stesso tempo un salto nel passato e un ritorno al futuro. Nella struttura di Dirty Hearts, gli accordi scarni e acustici riportano all’esordio di Scars and Tattoos, ma il tappeto di tastiere fornito da Fidel Fogaroli, sposta la canzone verso atmosfere piuttosto inedite per Luca Milani, che, dal canto suo, ci mette tutta una nuova intensità nell’interpretazione. È un passaggio delicato, probabilmente, un primo accenno di maturità compositiva che, senza perdere l’energia trasmessa in una vita tra una rock’n’roll band e l’altra, prova a cercare qualcosa di diverso perché, in fondo, “le anime libere non fanno promesse perché sanno che il tempo cancellerà tutto”. Gli sviluppi andranno esplorati al momento dell’uscita dell’album, Warriors Grow Up And Die (bel titolo), previsto dopo l’estate, ma intanto va detto che Luca Milani ha avuto il coraggio di affrontare un passaggio per certi versi ineluttabile, ma che i più tendono a eludere, e di averlo fatto con una notevole padronanza, il che lascia supporre al di là di tutto che Dirty Hearts non sia un caso isolato. Anche l’immancabile videoclip, curato da Carlo Lancini, sembra indicare una visione di canzone e di suono complessiva più riflessiva, attenta e scrupolosa, con una valigia tenuta ben stretta e pronta a un viaggio tutto da scoprire. Tra l’altro in rete si trova anche un’anticipazione di un’altra canzone, Sorry Mom, che sembra già confermare quel filo conduttore che passa per Dirty Hearts. Rock’n’roll adult, come avrebbe detto Garland Jeffreys, che di queste cose se ne intende. (Lucia Jorio)

giovedì 28 gennaio 2021

Luca Rovini

Luca Rovini è un cuore fuorilegge che persegue con furiosa convinzione un’indipendenza musicale, tale da risultare immediatamente credibile, e anche qualcosa in più. Nella mezza dozzina di album che ha partorito, sempre autoprodotti in libertà, ha dato modo di aver saputo interpretare e fare suoi i modelli del cantautorato americano a cui fa esplicito riferimento, rileggendoli e riproponendoli in chiave del tutto personale. Succede anche in L’ora del vero dove lui e i suoi desperado macinano La pioggia vien giù (alias The Rain Come Down di Steve) e Billy di Dylan con grande nonchalance sfoderando un suono tale che i Compañeros di Luca Rovini non sfigurerebbero né davanti ai Dukes dei tempi migliori né accanto a uno dei tanti gruppi del Never Ending Tour. Il consolidato apporto di Peter Bonta (chitarre e molto altro), Emiliano Baldacci (batteria) e Andrea Pavani (basso) porta le canzoni in una direzione più energica ed elettrica che ben si adeguano ai paesaggi umani ritratti da Luca Rovini, che ha lo sguardo giusto per vedere gli Angeli ubriachi sulla via o Dove brillano le barche, o il senso della destinazione per camminare Coi tacchi sporchi lungo una Strada rossa che spesso e volentieri finisce accanto al mare o, volendo, in Un altro inganno. Se proprio bisogna fare un’ipotesi, nelle atmosfere crepuscolari di Luca Rovini, L’ora del vero (che è il suo disco più bello) arriva sempre quando è Quasi mezzanotte, in quei momenti in cui è facile trovare una risposta in una canzone, e qui di canzoni ce ne sono tante, e anche di risposte. (Marco Denti)

mercoledì 1 aprile 2020

Roseluxx

Feritoia segna una svolta significativa nel progetto dei Roseluxx che si segnalano per un notevole impatto sonoro che si associa a una rara ricerca nelle parole delle canzoni. Principali responsabili sono Tiziana Lo Conte che oltre a scegliere registri interpretativi suggestivi si dedica alle speculazioni elettroniche e le chitarre di Claudio Moneta, che è anche l’autore di gran parte delle liriche. Dal canto loro il basso (ma anche contrabbasso e violoncello) di Federico Scalas e la batteria di Marco Della Rocca dialogano come se i Roseluxx fossero una strana democrazia capace di approfondire atmosfere intense e suadenti come nella bellissima Imparare ad attraversare la strada o esperimenti ben più spigolosi come il succedersi delle variazioni sul tema di Garage Moebius, che in fondo determina la coraggiosa forma di Feritoia. Quasi un intero racconto, unico e uniforme nella scrittura (compresa la splendida rivisitazione di Brigata partigiana Alphaville) ed estremamente dinamico nelle scelte musicali, con alterazioni che comprendono feroci schizzi free e cupe ballate (Tenebra, Via Rasella) che attraverso la Feritoia dei Roseluxx lasciano intravedere un universo fluttuante eppure ben preciso (e ben schierato) nel suo evolversi. Persino profetico quando nell’affascinante Dersu Uzala, Claudio Moneta scrive (e Tiziana Lo Conte canta) “dentro la mia civiltà io non respiro”. E, per dirla tutta, è solo con dischi come Feritoia che la musica italiana può avere qualche speranza di sopravvivere e di rinnovarsi. Altrimenti, guardatevi la replica di Sanremo, che tanto è sempre lo stesso. (Marco Denti)

lunedì 6 gennaio 2020

Edward Abbiati

Molto tempo fa Steve Wynn scriveva che è sempre nelle occasioni più difficili, cupi o pericolose che alla fine saltano fuori quei momenti memorabili per cui ci ricordiamo che il rock’n’roll è uno stile, un’attitudine, un modo di stare al mondo. Prima di tutto. Questo è anche il senso ultimo di Beat The Night, dove Edward Abbiati confessa di essersi trovato di fronte a notti infinite, dove non era facile trovare una risposta, e così ha guardato con coraggio nell’abisso e lì dentro ha trovato dieci ballate che toccano, con il cuore in mano, corde delicate e commoventi, valga su tutte la dedica paterna di Three Times Lucky. L’equilibrio emotivo, già un piccolo miracolo in sé, si riflette in modo spontaneo e naturale in un sound asciutto, la cui collocazione sta da qualche parte tra Steve Earle e i Replacements, punti di riferimento ideali di una gamma di arrangiamenti variopinta (basterebbe il dialogo tra le chitarre di Mike Brenner e Maurizio Glielmo in Look At Me) che rende Beat The Night il disco più personale di Edward Abbiati. L’evoluzione del suo songwriting, andata sviluppandosi attraverso le scorribande con i Lowlands e l’urticante esperienza con gli ACC, si snoda da un piccolo capolavoro come I Got Hurt alla trascinante Sleepwalking, una sorta di apologia dedicata a tutti coloro che sognano a occhi aperti tutti i giorni, tutto il giorno, e poi rimangono svegli la notte a contare le ore. Va solo aggiunto che Beat The Night è inciso (benissimo) homemade, è autoprodotto, indipendente e libero dalle banalità dell’industria discografica, perché certe emozioni vanno trattate con riguardo, scrupolo e attenzione, che ormai sono una rarità. (Marco Denti)